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Un’altra economia è possibile. Piccolo glossario

da ABC risparmio

Le parole, i concetti e gli indicatori delle teorie e delle pratiche economiche che rifiutano la “dittatura del Pil”.


Passiamo in rassegna i concetti, i termini e gli indicatori che, a volte sovrapponendosi, altre procedendo su binari paralleli, costituiscono un po’ le fondamenta delle teorie e delle pratiche economiche che rifiutano la “dittatura del Pil” e la società del consumismo sfrenato. E ricercano, invece, la costruzione di un’altra economia possibile, da cui trarre sostentamento e benessere. Forse anche felicità.

Better life index (Bli) - Nel maggio di quest’anno, l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha lanciato un nuovo indicatore per andare oltre il Pil, identificato appunto con l’acronimo Bli (italianizzato in Bil, Benessere interno lordo). Per valutare il livello di benessere di un Paese, il Bli non tiene conto solo delle variabili economiche ma di numerosi altri fattori. In totale sono undici le dimensioni che presidia: lavoro, abitazione, reddito, educazione, relazioni sociali, ambiente, sanità, soddisfazione personale, governance, sicurezza, rapporto vita/lavoro.
Per presentare il nuovo indicatore, l’Ocse ha anche lanciato un sito interattivo (www.oecdbetterlifeindex.org) dove ci si può sbizzarrire ad effettuare confronti fra Paesi sulle varie dimensioni.

Decrescita - Che la si consideri più o meno “felice”, la decrescita è un concetto che ha ormai iniziato a farsi strada nell’opinione pubblica e fra gli stessi economisti. Fra i maggiori teorici della decrescita si annoverano il francese Serge Latouche e l’italiano Maurizio Pallante, che ha dato vita nel nostro Paese al Mdf-Movimento per la decrescita felice. Che cosa si intende, allora, per decrescita? Non esattamente il contrario della crescita, come si potrebbe pensare di primo acchito. Bensì una crescita diversa, non solo economica e non costituita solamente di beni materiali comprati e venduti, cioè quelli che rientrano nel calcolo del Pil. La decrescita è invece una crescita del benessere, che parte dall’assunto della finitezza delle risorse naturali del pianeta Terra e dunque dell’impossibilità di una crescita continua tendente all’infinito, come vorrebbe al contrario tutta la teoria economica che vede nell’aumento del Pil l’obiettivo massimamente desiderabile. Si tratta, cioè, di una crescita qualitativa e non quantitativa, che mira al miglioramento delle condizioni ambientali e sociali oltre che di quelle economiche e cerca non di spronare le persone a consumare di più ma a consumare meglio e possibilmente meno. Soprattutto è una crescita sostenibile in relazione alla capacità delle risorse del pianeta di rigenerarsi, rispettosa cioè di quegli equilibri degli ecosistemi che invece la crescita senza limiti di produzione e consumo sta irrimediabilmente minando.
(LEGGI ANCHE: La decrescita felice secondo Serge Latouche)

Downshifting - Il termine è divenuto di moda negli ultimi anni, a indicare quasi una filosofia di vita che rifiuta l’idea (tipicamente connessa a indicatori come il Pil) che per stare meglio si debba crescere continuamente, cercare di avere di più, guadagnare di più e spendere di più per avere più cose (case, automobili, vestiti, elettrodomestici). Letteralmente si può tradurre con l’espressione “muoversi verso il basso”, ma anche “rallentare, scalare le marce”. In pratica significa uscire dal paradigma forzoso lavoro-guadagno-pago-pretendo-consumo per entrare in un ritmo e in una dimensione di vita altra, dove il consumo non è tutto, i beni materiali non sono tutto, le comodità della vita non sono tutto, ma c’è altro che dà senso, sale e significato alla nostra esistenza. C’è anche un lato edonistico del downshifting, che vede in una vita più lenta, di maggior qualità, più assaporata a passo d’uomo e non attraversata di corsa a tappe forzata, più di relazione che non di possesso, un maggiore piacere di vivere. In Italia fra i più conosciuti testimoni del downshifting, detti anche “downshifter”, vi sono l’ex-manager Roberto Perotti e l’associazione L’Arte del Vivere con Lentezza dell’ex-manager Bruno Contigiani.
(LEGGI ANCHE: Downshifting: lavorare meno e godersi la vita)

Felicità in economia, economia della felicità - È l’economia che rifiuta gli assiomi dell’economia classica secondo cui gli uomini, visti come consumatori, si comportano sempre e solo secondo il principio della massimizzazione dell’utilità individuale, ricercando unicamente e in modo assolutamente razionale (sentimenti, emozioni, tensioni e attitudini son messe al bando) il massimo tornaconto economico. Pone, invece, l’economia della felicità, alla base dell’umano agire, la ricerca appunto della felicità o benessere, di una maggiore qualità della vita, vista nelle sue molteplici dimensioni e non solo nel monocolore del possesso di beni e della ricchezza economica. Fra i suoi maggiori esponenti a livello mondiale figurano ad esempio l’israeliano Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia, e gli italiani Leonardo Becchetti e Luigino Bruni. Uno dei suoi pilastri teorici è il celebre paradosso di Easterlin, secondo cui da una certa soglia in avanti, all’aumento del reddito disponibile non corrisponde un aumento della felicità di una persona, che rischia invece di diminuire seguendo un percorso a “U”.
(LEGGI ANCHE: Economia della felicità)

Fil (Felicità interna lorda) - La Felicità interna lorda, o Fil (in inglese Gnh, Gross national happiness), è uno dei primi indicatori alternativi al Pil (detti anche “oltre il Pil”) che sono stati proposti nel mondo. Il merito si deve al re del Bhutan, piccolo stato asiatico, che a partire dagli anni ’70 si interrogò sul senso e i limiti di utilizzare il Pil (Prodotto interno lordo) per misurare la ricchezza, non solo economica, di un Paese e quindi il livello di benessere dei suoi abitanti. Le basi del Fil si rifanno alla tradizione culturale e ai valori spirituali del buddhismo e non è un caso che fra i sostenitori del Fil vi sia niente meno che il Dalai Lama. In sostanza, il Fil riconosce come fra i bisogni essenziali dell’uomo, oltre a quelli materiali, vi siano quelli etici, culturali, spirituali e legati alla salvaguardia dell’ambiente. Ed è anche a questi che lo sviluppo deve tendere.

Finanza etica - Con questo termine si indica una modalità di investimento che non tiene solo conto della dimensione economico-finanziaria, cioè di parametri classici come il rischio o il rendimento, ma anche della dimensione sociale e ambientale. Nel solco, quindi, dello sviluppo sostenibile. Nata per opporsi alla guerra in Vietnam e al regime segregazionista dell’apartheid in Sudafrica, la finanza etica è passata dall’utilizzo di criteri negativi (escludono dall’investimento determinati settori controversi, come armamenti, tabacco, alcol, gioco d’azzardo, pornografia, nucleare, come pure società che fanno affari con regimi dittatoriali o comunque non democratici) all’utilizzo anche di criteri positivi o di inclusione, che valutano le performance sociali e ambientali delle imprese e il loro livello di corporate governance. Per questo ha cominciato ad utilizzare la denominazione di finanza Sri (socially responsible investing), come pure quello di finanza sostenibile o Esg, dal nome delle dimensioni (environmental, social and governance) di cui tiene conto. Molteplici studi hanno ormai dimostrato come la finanza etica sia competitiva con quella tradizionale sul piano dei rendimenti, specie quando si considerano orizzonti di medio-lungo periodo. (LEGGI ANCHE: La Finanza Etica in otto passi)

Responsabilità sociale d’impresa - Nel 2001 la Commissione europea produsse un Libro Verde della Csr (corporate social responsibility), o responsabilità sociale d’impresa (Rsi), nel quale diede quella che per un decennio è stata ritenuta la definizione ufficiale di Csr, quasi unanimemente condivisa: “l’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ambientali delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate”. Alla fine ottobre di quest’anno, sempre la Commissione Ue ha prodotto un nuovo documento dedicato alla Csr, intitolato “A renewed Eu strategy 2011-2014 for Corporate social responsibility”, nel quale ha rivisto la definizione di Csr. La nuova definizione di Csr, più allargata, dice che essa rappresenta “la responsabilità delle imprese per i loro impatti sulla società”. Altre espressioni utilizzate per esprimere il triplice aspetto della responsabilità sociale d’impresa sono Triple Bottom Line e People, Planet, Profit.

Sviluppo sostenibile - Il concetto di sviluppo sostenibile è stato definito per la prima volta in modo condiviso a livello internazionale dalla Commissione Bruntland, una commissione mondiale sui temi dell’ambiente e dello sviluppo promossa dall’Onu che nel 1987, sotto la guida dell’allora premier norvegese, Gro Harlem Bruntland (da cui prese il nome), elaborò un celebre rapporto intitolato “Our common future”. La definizione di sviluppo sostenibile, che venne poi adottata in tutto il mondo, recita: “Lo sviluppo sostenibile è quello sviluppo capace di soddisfare i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere la possibilità delle future generazioni di soddisfare i propri”. Ciò significa stabilire un legame indissolubile fra l’utilizzo che si fa oggi delle risorse del pianeta e quello che ne potranno fare quelli che verranno dopo di noi. A cui lasceremo il pianeta in eredità. (LEGGI ANCHE: Sviluppo sostenibile)

Andrea Di Turi

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